
Nel post della settimana scorsa abbiamo raccontato come il Vesuvio abbia ossessionato i pittori per secoli, da Volaire a Warhol. Ma il vulcano non ha fermato solo i pennelli. Ha anche fermato le penne degli autori di canzoni, e lo ha fatto in epoche e stili così diversi da risultare quasi impossibile da prevedere.
Ci sono una canzone napoletana del 1880 e un album di indietronica americana del 2010. Un quartetto rock britannico e i Pink Floyd in un anfiteatro romano. Il Vesuvio non sceglie i generi musicali. Si impone e basta.
1880: Funiculì Funiculà — la prima canzone promozionale della storia
Cominciamo dall’inizio. Nel 1880 il Vesuvio riceve un nuovo mezzo di trasporto: una funicolare, la prima al mondo a funzionare su un vulcano attivo, che permette di salire in cima senza fatica. È un’innovazione straordinaria per l’epoca. Il problema è che i turisti preferiscono ancora i muli.
Entra in scena il giornalista Peppino Turco, che scrive una canzone per promuovere la funicolare e invita il compositore Luigi Denza a musicarla. Il risultato è “Funiculì Funiculà”: un invito allegro, quasi travolgente, a salire sul vulcano grazie alla meraviglia tecnica della funicolare. La canzone viene eseguita alla festa di Piedigrotta e diventa immediatamente un successo mondiale.
È, a tutti gli effetti, la prima canzone promozionale della storia. Una pubblicità in musica, scritta per vendere biglietti su un vulcano. Il compositore tedesco Richard Strauss la cita nel suo poema sinfonico “Aus Italien” nel 1886, credendola una canzone popolare anonima. Quando scopre che è protetta da copyright, deve pagare i diritti d’autore.
La funicolare del Vesuvio chiuderà nel 1906. La canzone è ancora qui.

Pino Daniele: la voce di Napoli all’ombra del vulcano
Non esiste un’unica canzone di Pino Daniele dedicata al Vesuvio, e sarebbe sbagliato inventarsela. Ma è impossibile parlare della sua musica senza il vulcano, perché il Vesuvio è lo sfondo permanente di tutta la sua Napoli. “Napul’è”, il suo inno, descrive una città che vive e soffre all’ombra del vulcano, con quella bellezza contraddittoria che solo Napoli sa offrire: sole e miseria, mare e fumo, gioia e dolore.
Pino Daniele ha inventato una lingua musicale nuova, che mescola il dialetto napoletano e il blues americano. Il risultato è qualcosa che suona profondamente di questa terra, di questo vulcano, di questo Golfo. Non aveva bisogno di cantare il Vesuvio per nome: il Vesuvio c’è in ogni nota.

Pink Floyd a Pompei: il concerto senza pubblico
Nel 1971, i Pink Floyd fanno una cosa che non ha precedenti: registrano un concerto nell’anfiteatro romano di Pompei, la città distrutta dall’eruzione del 79 d.C., senza un solo spettatore in platea. Solo la band, le telecamere e le pietre antiche. Il risultato, “Pink Floyd: Live at Pompeii”, è uno dei documenti musicali più suggestivi della storia del rock.
Non è una canzone sul Vesuvio, ma è qualcosa di equivalente: la scelta di suonare nel luogo dove il vulcano ha fermato il tempo, nel silenzio di un anfiteatro che da duemila anni aspetta il pubblico. Le musiche di “Echoes” e “A Saucerful of Secrets” che risuonano tra le pietre di Pompei diventano qualcosa di più di una performance: diventano un dialogo con il vulcano.

Bastille e Pompei: le macerie come metafora
Nel 2013, il gruppo britannico Bastille pubblica “Pompeii”, una delle canzoni pop più ascoltate degli anni Dieci. Il testo usa la distruzione di Pompei come metafora per una perdita personale: la città sepolta, i muri che crollano, il silenzio che segue la catastrofe. Il Vesuvio non viene nominato, ma la sua ombra è ovunque.
La canzone ha superato i due miliardi di ascolti su Spotify. Due miliardi di persone che, forse senza saperlo, hanno cantato la storia di un vulcano campano.
Sufjan Stevens e il vulcano interiore
L’uso più inaspettato del Vesuvio nella musica contemporanea appartiene al cantautore americano Sufjan Stevens. Nel 2010, nell’album “The Age of Adz”, pubblica una canzone intitolata semplicemente “Vesuvius”. Non parla del vulcano campano in senso geografico. Lo usa come immagine per il fuoco interiore, il confronto con qualcosa di più grande e più potente di sé, la resa davanti a una forza che non si può controllare.
Il Vesuvio di Stevens è il fuoco che brucia dentro, la crisi spirituale che travolge come una colata lavica, la chiamata a qualcosa di assoluto a cui rispondere con tutto se stessi. Nella canzone il vulcano viene invocato direttamente, come un interlocutore, un dio, un giudice. Il risultato è una delle canzoni più intense e catartiche dell’ultimo decennio.
Quello che colpisce è la scelta del nome. Da tutti i vulcani possibili, Stevens sceglie il Vesuvio. Perché il Vesuvio non è un vulcano qualunque: è quello che ha fermato il tempo a Pompei, quello che i pittori del Grand Tour dipingevano di notte con il fuoco rosso che scendeva verso il mare, quello che Leopardi guardava dalla finestra di Torre del Greco. È l’immagine della forza naturale che nessuna civiltà può controllare. È il vulcano per eccellenza.
Camminare nella storia della musica
Il paesaggio che ispira tutta questa musica è ancora intatto. Il Vesuvio è ancora lì, ancora attivo, ancora capace di imporsi su chiunque lo guardi. Di notte, camminando sulle sue colate laviche con il Golfo di Napoli che brilla in lontananza, è facile capire perché pittori, poeti e musicisti di epoche e culture così diverse abbiano trovato qui la stessa emozione.
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