
Nelle settimane scorse abbiamo raccontato il Vesuvio attraverso i pittori e i musicisti. Oggi tocca agli scrittori. E se i pittori arrivavano a Napoli con i pennelli e i musicisti con il pentagramma, gli scrittori arrivano con qualcosa di più ambizioso e di più difficile da controllare: le parole.
Perché il Vesuvio è un soggetto letterariamente complicato. Non basta descriverlo. Bisogna capire cosa rappresenta, cosa dice di noi, perché una montagna che potrebbe distruggerci continua ad affascinarci. E questa è una domanda che gli scrittori si fanno da quasi duemila anni.
L’inizio di tutto: Plinio il Giovane
Il documento letterario più antico sul Vesuvio è anche il più drammatico. Nell’agosto del 79 d.C., mentre il vulcano distruggeva Ercolano e Pompei, Plinio il Giovane osservava l’eruzione dalla riva di Miseno, dall’altra parte del Golfo. Suo zio, Plinio il Vecchio, comandante della flotta romana, morì nel tentativo di soccorrere le popolazioni colpite.
Anni dopo, Plinio il Giovane scrisse due lettere allo storico Tacito in cui descriveva l’eruzione con una precisione che avrebbe fatto la fortuna della vulcanologia moderna. La nube che saliva come un pino, il cielo che diventava nero, il mare che si ritirava, il suono sordo della terra che tremava. Sono le prime descrizioni scientifiche di un’eruzione vulcanica nella storia della letteratura occidentale, scritte da un testimone oculare che stava cercando di salvarsi la vita.
Queste lettere sono anche un documento umano straordinario: il racconto di chi guarda una catastrofe e cerca di capirla, di chi perde qualcuno che ama e sceglie di ricordarlo con le parole invece che con il silenzio.
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Daniela Manili Pessina, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.
Goethe sul vulcano: la scienza del sublime
Quando Johann Wolfgang von Goethe arrivò a Napoli nel 1787, durante il suo Grand Tour italiano, si trovò davanti a un Vesuvio in piena attività. Lo scalò più volte, di giorno e di notte, spingendosi fino al bordo del cratere con una curiosità che a volte rasentava l’incoscienza.
Nel suo Viaggio in Italia (Italienische Reise), Goethe descrive l’ascesa al vulcano con quella combinazione di meraviglia scientifica e stupore estetico che è il marchio del pensiero illuminista: da un lato la necessità di capire come funziona la natura, dall’altro l’impossibilità di non essere sopraffatti dalla sua potenza. Il Vesuvio lo affascina e lo spaventa in egual misura, come qualcosa che sfida le categorie ordinarie della bellezza.
La sua descrizione del cratere visto di notte, con il fuoco che illumina i fumi e le rocce incandescenti, è ancora oggi uno dei testi più vivi che esistano sull’esperienza diretta del vulcano.
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Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, Dominio pubblico, via Wikimedia Commons.
Susan Sontag e il collezionista di vulcani
Nel 1992 la grande intellettuale americana Susan Sontag pubblica The Volcano Lover, tradotto in italiano come L’amante del vulcano. È un romanzo storico ambientato nella Napoli della fine del Settecento, centrato sulla figura di Sir William Hamilton, diplomatico britannico, scienziato dilettante e appassionato collezionista.
Hamilton era ossessionato dal Vesuvio. Lo osservava, lo documentava, lo dipingeva, raccoglieva rocce laviche e campioni di minerali vulcanici. Era quello che oggi chiameremmo un vulcanologo ante litteram, ma anche qualcuno che cercava nel vulcano qualcosa di più di una spiegazione scientifica: una chiave per capire la bellezza, la potenza, l’instabilità del mondo.
Sontag usa questa ossessione per costruire un romanzo sulla passione e i suoi limiti, sull’amore e il tradimento, sulla politica della Napoli rivoluzionaria. In sottofondo, sempre, il Vesuvio: presente, minaccioso, indifferente alle storie umane che si svolgono ai suoi piedi. Esattamente come Leopardi aveva descritto la ginestra che cresceva sui suoi fianchi.
Lynn Gilbert, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Raffaele La Capria: la neve sul vulcano
La letteratura italiana sul Vesuvio ha il suo punto di riferimento in Raffaele La Capria, lo scrittore napoletano che ha dedicato tutta la vita a raccontare la sua città con una lucidità e una grazia che pochi hanno eguagliato. Nel 1988 pubblica La neve del Vesuvio, che vince il Premio Grinzane Cavour: il titolo è già un’immagine poetica potente, un ossimoro che dice tutto del carattere paradossale di questa terra, dove il fuoco e il freddo, la distruzione e la vita, convivono da sempre.
La Capria appartiene alla tradizione degli scrittori che guardano Napoli senza romanticizzarla, senza trasformarla in cartolina, ma senza nemmeno rinunciare alla sua bellezza. Il Vesuvio nei suoi libri è quello che è: una presenza costante, un elemento del paesaggio, uno sfondo che cambia significato a seconda di chi lo guarda.
Il suo romanzo più celebre, Ferito a morte (1961, Premio Strega), descrive la borghesia napoletana del dopoguerra in una Napoli immobile, bellissima e asfissiante, con il vulcano sempre sullo sfondo come promessa e minaccia.
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Augusto De Luca, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
Elena Ferrante e Napoli come destino
Chi ha letto la tetralogia de L’Amica Geniale di Elena Ferrante sa che Napoli non è lo sfondo delle storie di Lila e Lenù: è il loro destino. La città entra nei corpi dei personaggi, nei loro sogni, nelle loro paure. E il Vesuvio è lì, sullo sfondo di ogni scena, come il simbolo di una violenza geologica che rispecchia la violenza sociale e familiare di un rione napoletano degli anni Cinquanta.
Ferrante usa il paesaggio napoletano come fanno i grandi realisti: non come decorazione, ma come ambiente che modella i personaggi e che i personaggi modificano. Il Vesuvio nei suoi libri non viene quasi mai nominato direttamente, ma è sempre presente come la logica ultima di un posto che potrebbe esplodere in qualunque momento, e che invece continua a sopravvivere a se stesso.

Malcolm Lowry e il vulcano interiore
Per finire, un’eccezione geografica che vale la pena includere. Sotto il vulcano di Malcolm Lowry (1947) non parla del Vesuvio: il vulcano è il Popocatépetl in Messico, e il protagonista è un console britannico alcolista che trascorre l’ultimo giorno della sua vita nel Giorno dei Morti del 1938. È uno dei romanzi più densi e disperati del Novecento, spesso paragonato a una Divina Commedia moderna.
Lo includiamo perché Lowry dimostra qualcosa di importante: il vulcano, qualunque vulcano, è una metafora universale. Fuoco interiore, distruzione imminente, la tensione tra la bellezza e la fine. Non importa se siamo in Messico o sul Golfo di Napoli: un vulcano attivo è sempre la stessa domanda sospesa sopra la testa di chi ci vive accanto.
E quella domanda, camminando di notte sul Vesuvio con il cielo stellato sopra e la lava sotto i piedi, diventa improvvisamente molto concreta.
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See page for author, Public domain, via Wikimedia Commons
Camminare nelle pagine
Da Plinio il Giovane a Elena Ferrante, il Vesuvio non ha mai smesso di essere una metafora in cerca di scrittori disposti a raccoglierla. Il paesaggio che ispira queste pagine è ancora intatto, e ogni sera di Vesuvio Sotto le Stelle® lo rende accessibile a chi vuole viverlo di persona.
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