C’è un momento, camminando di notte sul Versante occidentale del Vesuvio, in cui il Golfo di Napoli si apre improvvisamente davanti agli occhi. Le luci della città, il profilo scuro delle isole, il cielo che comincia ad accendersi. È uno di quei panorami che fanno capire immediatamente perché questo vulcano ha ossessionato gli artisti per secoli.
Non è una metafora. Il Vesuvio è stato uno dei soggetti più dipinti nella storia dell’arte europea. Viaggiatori, pittori, incisori, fotografi e infine artisti contemporanei: tutti, prima o poi, hanno cercato di fermare su una superficie quello che il vulcano fa ai sensi di chi lo guarda.
Il Grand Tour e la scoperta del vulcano
Nel Settecento, i giovani aristocratici europei compivano il Grand Tour: un viaggio formativo attraverso l’Italia, tappa obbligata per chiunque aspirasse a una cultura completa. Napoli era quasi sempre l’ultima meta prima del ritorno. E Napoli, alla fine del Settecento, significava anche il Vesuvio.
Il vulcano era in uno dei suoi periodi di maggiore attività. Le eruzioni del 1767, del 1779 e del 1794 furono spettacolari e ampiamente documentate. Per un pittore del Settecento, assistere a un’eruzione del Vesuvio era l’equivalente moderno di vedere qualcosa di impossibile: fuoco che esce dalla terra, roccia liquida che scende verso il mare, il cielo notturno illuminato di rosso. Nessuna altra natura in Europa poteva offrire questo.
I pittori accorrevano da tutta Europa, spesso accompagnati dai loro mecenati, con i taccuini pieni di schizzi e la mente piena di domande a cui la pittura era l’unica risposta possibile.
Pierre-Jacques Volaire: il pittore del fuoco
Tra tutti i pittori che si fermarono a Napoli per immortalare il Vesuvio, nessuno lo fece con la costanza e la dedizione del francese Pierre-Jacques Volaire. Arrivato a Napoli nel 1769, vi rimase fino alla morte, e divenne il pittore ufficiale del vulcano: le sue tele mostrano il Vesuvio in eruzione quasi sempre di notte, con la lava incandescente che scende verso il mare, i curiosi in primo piano che osservano attoniti, e il cielo diviso tra il bagliore rosso del fuoco e l’oscurità stellata.
I suoi quadri avevano un mercato enorme tra i collezionisti del Grand Tour: portare a casa un Volaire significava portare a casa una prova visiva di qualcosa che le parole non riuscivano a descrivere. Le sue opere sono oggi in musei di tutta Europa e degli Stati Uniti.

Joseph Wright of Derby: la scienza e il sublime
Il pittore inglese Joseph Wright of Derby era ossessionato dalla luce: luce artificiale, luce di candela, luce del fuoco. Quando nel 1773 partì per il Grand Tour e arrivò a Napoli, il Vesuvio fu la naturale conclusione di questa ossessione. Assistette a un’eruzione e ne rimase sconvolto.
Le sue rappresentazioni del Vesuvio in eruzione combinano due sensibilità che nell’Inghilterra del Settecento cominciavano a intrecciarsi: la curiosità scientifica per i fenomeni naturali e il senso estetico del sublime, quella categoria che Edmund Burke aveva teorizzato nel 1757 e che descriveva la bellezza che emerge dalla paura e dalla potenza schiacciante della natura. Il Vesuvio in eruzione era sublime per definizione.
Wright dipinse il Vesuvio più volte negli anni successivi al suo viaggio, ricostruendo la scena dall’immaginazione e dai suoi schizzi. I suoi quadri mostrano un vulcano che è allo stesso tempo minaccioso e bellissimo, pericoloso e magnetico: esattamente come il Vesuvio è ancora oggi.

Andy Warhol: il Vesuvio diventa icona pop
Saltando di due secoli, arriviamo al 1985 e a un nome che non ci si aspetta in questo contesto: Andy Warhol. L’artista americano padre della Pop Art visitò Napoli e rimase colpito dal Vesuvio con la stessa intensità dei pittori settecenteschi, ma attraverso gli occhi del XX secolo.
Il risultato fu una serie di serigrafie in cui il profilo del vulcano viene ripetuto, colorato, moltiplicato: rosso, giallo, blu, verde. Il Vesuvio trattato come Marilyn Monroe, come le lattine di Campbell’s Soup, come i ritratti di Mao. Trasformato in simbolo, in logo, in immagine che si ripete fino a diventare astratta.
Era un omaggio e allo stesso tempo una dichiarazione: il Vesuvio è già un’icona. Non ha bisogno di essere spiegato, solo riconosciuto. La sua sagoma è sufficiente. Bastano queste poche curve per comunicare qualcosa a chiunque nel mondo abbia mai sentito parlare di Napoli o di Pompei.

Il paesaggio che non smette di cambiare
Quello che accomuna tutti questi artisti, al di là del secolo e dello stile, è l’impossibilità di guardare il Vesuvio in modo neutro. Il vulcano impone una reazione emotiva: meraviglia, terrore, fascinazione, rispetto. È questo che i pittori hanno cercato di catturare, ognuno con i propri strumenti.
La cosa straordinaria è che il paesaggio che vedevano loro è sostanzialmente lo stesso che vediamo noi. Le colate laviche del 1944 si sono aggiunte, il paesaggio si è modificato nei dettagli. Ma il profilo del Gran Cono è lo stesso. Il Golfo di Napoli è lo stesso. E la luce di fine giornata, quella che accende il vulcano prima del tramonto e lascia spazio alle stelle, è esattamente la stessa che Joseph Wright o Volaire avrebbero riconosciuto.
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