
Il Vesuvio al tramonto: un paesaggio che il cinema ha raccontato in modi sorprendentemente diversi, dal neorealismo italiano al disaster movie di Hollywood. [Massimo Finizio, CC BY-SA 2.0 IT, via Wikimedia Commons]
Abbiamo raccontato il Vesuvio attraverso i pittori, i musicisti e gli scrittori. Questa settimana tocca al cinema. E il cinema, come sempre, è il più democratico di tutti: ha portato il Vesuvio e Pompei davanti agli occhi di miliardi di persone che non hanno mai messo piede in Campania, trasformando un’eruzione avvenuta quasi duemila anni fa in uno degli eventi più rappresentati nella storia dell’immagine in movimento.
Ma lo ha fatto in modi sorprendentemente diversi. La storia del Vesuvio al cinema è anche una storia di come il cinema può guardare allo stesso posto con occhi completamente diversi.
1954: Roberto Rossellini e i corpi di Pompei
Cominciamo dalla scena più importante. Non è quella di un’eruzione, non è quella di un edificio che crolla, non è quella di una folla in fuga. È silenziosa, è breve, e chiunque l’abbia vista non la dimentica.
In Viaggio in Italia (1954), Roberto Rossellini porta Ingrid Bergman e George Sanders a visitare gli scavi di Pompei. I due interpretano una coppia inglese in crisi matrimoniale, ferma a Napoli per ragioni burocratiche, che gira i luoghi classici della Campania nel tentativo di riempire il silenzio tra loro. A Pompei assistono all’estrazione di due calchi in gesso: i corpi di una coppia di amanti, preservati dall’eruzione del 79 d.C. nella posizione in cui la morte li aveva colti, abbracciati.
Bergman scoppia a piangere. Sanders non riesce a parlare. E il film, che fino a quel momento raccontava la distanza emotiva tra due persone, improvvisamente si trasforma in qualcosa di più grande: il confronto tra la brevità della vita e la permanenza di ciò che ci sopravvive. Pompei entra nella scena non come sfondo turistico, ma come specchio.
Viaggio in Italia è considerato uno dei più grandi film del cinema moderno: Godard, Truffaut e tutta la Nouvelle Vague francese lo citano come fonte fondamentale. È il film in cui il Vesuvio e Pompei compaiono in modo più inatteso e più potente nella storia del cinema.
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Autore sconosciuto, distribuito da Titanus Distribuzione, pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Gli ultimi giorni di Pompei: un romanzo, mille film

L’eruzione del 79 d.C. è probabilmente il disastro naturale più filmato della storia. Tutto comincia da un romanzo: Gli ultimi giorni di Pompei di Edward Bulwer-Lytton, pubblicato nel 1834, racconta una storia d’amore e avventura ambientata nei giorni prima dell’eruzione. Il romanzo fu un bestseller mondiale e diventò quasi subito un soggetto cinematografico.
Le versioni si moltiplicano: la più famosa è quella americana del 1935, The Last Days Of Pompeii, produzione Hollywood con gli effetti speciali più avanzati dell’epoca, con gladiatori, intrighi e il Vesuvio che erutta nel finale. Poi arriva la versione italiana del 1960, Gli ultimi giorni di Pompei, produzione Cinecittà nel pieno della stagione dei peplum (i film in costume sull’antichità romana che negli anni Cinquanta e Sessanta dominavano il botteghino mondiale). Poi una miniserie televisiva nel 1984. Poi ancora il film del 2014, con Kit Harington nel ruolo di uno schiavo gladiatore che cerca di salvare la donna amata mentre la città crolla.
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Originariamente di David Meadows, Pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Nessuna di queste versioni è considerata un capolavoro. Ma insieme raccontano qualcosa di importante: c’è qualcosa nella storia di Pompei che il cinema continua a sentire il bisogno di raccontare, di generazione in generazione. La città sepolta, la vita fermata a un momento preciso, l’amore stroncato dall’eruzione: sono immagini che non smettono di parlare.
Pompeii (2014): il blockbuster che tutti hanno visto
Il film del 2014 diretto da Paul W.S. Anderson merita un paragrafo a parte non per la qualità cinematografica, ma per la scala: è stato visto da decine di milioni di persone in tutto il mondo, e ha portato la storia di Pompei davanti a un pubblico che forse non avrebbe mai altrimenti pensato a un’eruzione del 79 d.C.
Il Vesuvio del 2014 è una creatura digitale spettacolare: nubi piroclastiche che si abbattono sulla città, la nuvola ardente che avanza, i monumenti che crollano mentre i protagonisti cercano una via di fuga. È il tipo di cinema che usa la storia come scenografia per una storia d’amore e d’azione, senza pretese di rigore storico ma con un’efficacia visiva innegabile.
Quello che colpisce, rivisto oggi, è come anche questo film torni all’immagine della coppia abbracciata nell’eruzione: gli amanti fermati dalla lava, la stessa immagine che aveva commosso Ingrid Bergman sessant’anni prima a Pompei. Il cinema ha modi di tornare sempre alle stesse cose.
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foto di Glen Scarborough, Australia, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Dante’s Peak (1997): il vulcano universale
Da citare anche Dante’s Peak (1997), con Pierce Brosnan e Linda Hamilton, che non ha nulla a che fare con il Vesuvio ma è il film-vulcano che chiunque ha in mente quando sente la parola “eruzione”. Si svolge nello stato di Washington negli Stati Uniti, ma le dinamiche del disastro, le decisioni impossibili, la corsa contro il tempo, sono le stesse che Plinio il Giovane descrisse nelle sue lettere duemila anni fa dall’altra parte del Golfo di Napoli.
Questo forse è il punto: il vulcano, qualunque vulcano, racconta sempre la stessa storia. La terra che trema sotto i piedi, il fuoco che sale, la fuga o la resa. Il Vesuvio l’ha raccontata per primo, con la versione più drammatica e meglio documentata della storia. E il cinema continua a raccontarla, ogni volta con scenari diversi, senza esaurirla mai.
Il vulcano dal vivo
Tutti questi film hanno qualcosa in comune: hanno usato il Vesuvio e Pompei come materia prima emotiva, come promessa di qualcosa di straordinario. Chi li ha visti, spesso, sviluppa la curiosità di venire a vedere il posto dal vero. E il posto dal vero è ancora qui, attivo, vivo, visitabile di giorno e di notte.
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